Published On: 3 Ottobre 2022

 Dal mio diario di tessitrice Atelier Emotivo

Ne ho parlato diverse volte sui miei canali social, ma ovviamente la storia si ripete ed è giusto parlarne ancora, visto che si pone troppa poca attenzione a questa situazione.

Sto parlando del plagio dei capi o accessori dei piccoli brand e artigiani da parte delle grandi case di moda per le loro collezioni.

Il tutto è amplificato anche dai social media, diventati ormai un’arma a doppio taglio soprattutto per noi artigiani.

Sono utili per far conoscere le nostre creazioni artigianali al pubblico, ma molte volte danno “ispirazione” ai grandi fashion brand che li copiano per le loro collezioni di moda.

Questo è proprio ciò che è successo a questa artigiana, dove alcuni brand le hanno copiato spudoratamente i suoi capi d’abbigliamento, dal disegno al modello al colore.

Questo ovviamente è solo uno dei tantissimi casi.

Il problema?
Oltre alla mancanza di onestà professionale da parte di questi ladri di collezioni perché non riconoscono il lavoro ai veri creativi che l’hanno concepito e realizzato, è inoltre quasi sempre impossibile difendersi, anche attraverso vie legali, perché il potere economico e sociale è nelle loro mani.

Il plagio dei tessuti della tradizione locale

Argomento ancora più spinoso è il plagio dei tessuti e disegni della tradizione locale di un determinato Paese.
Negli ultimi anni sta accendendo spessissimo con i tessuti tradizionali di Perù, Guatemala e Messico.
Ancora peggio quando le case di moda fanno realizzare i capi a questi artigiani, li filmano mentre lavorano per farsi pubblicità sui social e mostrarsi rispettosi nei loro confronti, ma poi non li pagano e non li riconoscono alcun merito.

Ecco alcuni casi!
In passato è successo che brand di moda quali Dior, Carolina Herrera, Antropologie e tanti altri, hanno copiato tessuti tradizionali dei vari popoli del mondo.

Vi lascio alcune foto qui.

In questi casi dovrebbe entrare in gioco il Governo, perché i tessuti dovrebbero essere dichiarati Patrimonio Nazionale, magari anche UNESCO, e soggetti a copyright per evitare il plagio.

Ahimè, da soli noi artigiani non possiamo preservare il patrimonio culturale.

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